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Tutto ebbe inizio a Modena

Per vari motivi, era da tempo che avevo voglia di scoprire la storia di Icone, il festival di street art di Modena. Ero curioso di capire come poteva nascere l'idea di organizzare un festival di street art in Italia all'inizio degli anni 2000, quando la street art non si chiamava ancora street art. Volevo anche scoprirne meglio la storia, perché chi non lo ha vissuto in prima persona fatica oggi a trovare informazioni su questa manifestazione (nonostante l'importanza dei nomi coinvolti negli anni). Terzo, mi interessava avere il punto di vista sul rapporto tra street art e spazio pubblico da una persona che ha maturato una lunga esperienza sul campo. 

L'intervista esce mentre si sta per chiudere l'ultima edizione di Icone, la 5.9, pensata e progettata per aiutare i paesi colpiti dal terremoto dell'anno scorso. Il Gorgo ha pubblicato le fotografie di quasi tutti gli interventi. 

 

Icone è uno dei più importanti festival di street art in Italia, ma al grande pubblico sfugge spesso la quantità di lavoro che avete svolto in oltre dieci anni di attività. Potresti riassumerne la storia per chi ancora non lo conosce?

Ho cominciato a fare graffiti verso la metà degli anni ’90. Questo percorso mi ha portato a collaborare con delle istituzioni modenesi, prima per ottenere dei muri da trasformare in hall of fame e poi per gestire le pagine dedicate ai graffiti su Stradanove, un portale finanziato dalla Regione Emilia Romagna. Tra la metà degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 ho pubblicato molte fotografie, soprattutto di treni. Erano gli anni in cui internet stava prendendo piede e Stradanove ebbe un discreto successo, a tal punto che l’archivio digitale che avevo costituito fu tirato in ballo anche come prova in alcuni processi negli anni successivi. 

Poco dopo il 2000, iniziai a collaborare con Labo27, uno studio di grafica e di comunicazione, all’interno del quale nacque l’idea di organizzare un evento che fosse un’esperienza divertente e costruttiva a livello lavorativo. Erano gli anni dell’apparizione dei postgraffiti e i ragazzi che in seguito hanno fondato Graffiti Shop, coi quali per anni ho collaborato scrivendo per Garage Magazine, mi fecero scoprire i nuovi lavori di Stak, che si promuoveva con il suo “a logo as a name”, e gli omini stilizzati di Honet, che prima conoscevo e stimavo come trainbomber. Decidemmo di invitarli a Modena, anche se non sapevamo come gestire la loro partecipazione, perché i loro interventi non si adattavano più alla classica hall of fame.

 

La locandina della prima edizione di Icone nel 2002.

 

Questa svolta dettò anche la scelta del nome della manifestazione. Icone rappresentava la voglia di lasciarsi alle spalle quell’immaginario hip hop che traspariva in nomi come Colori per strada o Indelebile. Fu una diversità che ricercammo anche a livello grafico nella comunicazione. Ci siamo resi riconoscibili fin dalla prima edizione  con una sorta di mix tra l’hall of fame, con degli ospiti che venivano a dipingere, e un duo formato da Honet e Stak, che proponeva un approccio abbastanza innovativo per l’epoca esponendo dei lavori in un nuovo locale istituzionale sulla piazza principale della città.

 

La mostra di Stak e Honet a Modena

 

Negli anni successivi, abbiamo provato a dare continuità alla cosa con un team simile a quello della prima edizione. Nel 2003, in occasione di una delle edizioni più corpose, provammo a ottenere degli spazi anche nei dintorni di Modena e a coinvolgere una galleria. Da parte nostra, c’era la volontà di fare edizioni sempre più grandi, ma non sempre ci siamo riusciti. Non ci siamo dati tregua per dieci anni, durante i quali il team organizzativo si è allargato con l’arrivo, tra gli altri, di Luca Lattuga che è uno dei veri fautori della nostra espansione. Abbiamo organizzato sempre più mostre, ma abbiamo sempre abbinato questi progetti alla ricerca di muri da dipingere, perché abbiamo sempre creduto che la street art dovesse rimanere per strada.

 

L’Italia è su scala mondiale uno dei paesi in cui si organizzano più festival di street art. Tuttavia, il moltiplicarsi a macchia d’olio di queste manifestazioni non ha contribuito più di tanto all’evoluzione del suo “modello” organizzativo. La conseguenza più evidente è che si riempiono le città di muri dipinti, senza valutare con attenzione l’impatto che questo tipo di interventi hanno sul territorio. Per questo, quest’anno, trovo interessante la vostra scelta di organizzare un festival diffuso – una novità – che coinvolge più comuni. Come nasce quest’idea e quali vantaggi/svantaggi comporta la moltiplicazione degli interlocutori?

Avevamo deciso di non organizzare più Icone, perché trovavamo frustrante la mancata valutazione da parte delle istituzioni della qualità degli interventi e degli artisti invitati nelle edizioni passate. Nonostante fossimo riusciti a fare qualcosa di notevole a livello nazionale, in una realtà abbastanza piccola come Modena, ogni anno continuavamo a trovarci di fronte ai soliti problemi organizzativi e logistici.

Però, dopo aver chiuso uno spazio espositivo dedicato alla street art che si chiamava Avia Pervia (2009 - 2012), ho avuto la possibilità di diventare uno dei soci della della Galleria d406 nel settembre del 2012. d406 è sempre stata una realtà aperta ad artisti con background diversi e, da anni, lavora con artisti della scena street come Ericailcane, Dem, Paper Resistance e Gola. È assieme ai miei nuovi soci, Andrea Lo Savio e Daniele Casciari, che è nata l’idea fare qualcosa per i paesi che sono stati colpiti dal terremoto dello scorso anno. A Modena, l’esperienza fu terrificante, ma le scosse hanno provocato quasi solo molto spavento. Nei paesi vicini, la situazione fu decisamente più tragica. Per questo, abbiamo pensato di intervenire nei paesi più colpiti dal terremoto, permettendo a degli artisti di dipingere in questi luoghi. Il numero associato al nome del festival, Icone 5.9, ricorda proprio la magnitudo del terremoto.

Dopo aver annunciato il progetto al Comune di Modena, abbiamo preso contatto con la Provincia che si è proposta di fare da intermediario con i comuni sparsi sul territorio. Fin da subito, il progetto è stato sostenuto dalle istituzioni che hanno intuito il potere comunicativo della street art. Hanno capito che gli interventi degli artisti avrebbero richiamato l’attenzione dei media, permettendo di riparlare del terremoto, dei danni ingenti che ha causato e del poco sostegno arrivato finora. La gente del posto si è attivata in questi mesi, ma rimane ancora molto da fare ed esiste un rischio reale che le istituzioni nazionali non sblocchino ulteriori fondi, se questa realtà scompare dai giornali e dalle televisioni.

 

Come ha reagito finora la popolazione locale? 

La risposta è stata estremamente positiva dappertutto. Purtroppo, non abbiamo ancora fatto in tempo a contattare le varie istituzioni e i vari paesi per raccogliere i loro feedback. In alcuni casi, sappiamo che è andata molto bene, perché la gente del posto si è attivata, offrendo anche ospitalità agli artisti. 

Per valutare l’impatto di Icone 5.9, vorremmo però raccogliere i vari interventi in una pubblicazione, anche perché ci teniamo a dare una visione d’insieme di una manifestazione che si è svolta contemporaneamente in dieci comuni diversi.

 

Il decennio 2000-2010 è stato caratterizzato dalla quasi totale assenza di un curatore/direttore artistico nei progetti di street art. L’idea di una pubblicazione, la scelta passata far morire Icone e la decisione odierna di farlo rivivere per sviluppare un progetto pensato per il territorio denotano invece una lettura critica del movimento della street art. A Bologna, Frontier - La linea dello stile aveva seguito una direzione simile l’anno scorso, ma i casi di festival/progetti di street art diretti da un curatore o che esprimono una lettura critica si stanno moltiplicando. Qual è la tua sensazione in proposito?

Non ho nessun tipo di formazione accademica, per cui ho prima di tutto difficoltà a usare certi termini. L’utilità di un curatore in un festival, ad esempio, mi sfugge. Io mi sono sempre mosso secondo il mio gusto, scegliendo quello che mi entusiasmava come persona che fa, come attore di questo movimento. Sono io che organizzo e quindi sono io che invito gli artisti che fanno cose che mi piacciono. Questo è sempre stato il metro che ha mosso le varie edizioni di Icone. Una delle conseguenze di questo metro è che certi artisti, come Honet e Stak, sono stati invitati a più riprese, due volte ufficialmente più un’altra ufficiosamente. Honet è venuto a Modena anche per una mostra nella galleria che ho gestito per qualche anno, Avia Pervia. Penso anche a 108 e a Aris che considero tra gli artisti più interessanti nel panorama italiano.

Il mio metro di giudizio mi ha spinto a prediligere artisti che avevano un vero percorso alle spalle e che, partendo dal writing, sono riusciti a sviluppare una propria identità. Tuttavia, questo non vuol dire che poi non siano stati invitati anche artisti che avevano percorsi diversi. L’apertura a nuovi orizzonti è tanto più importante oggi, visto che collaboro con una galleria che seleziona i propri artisti anche secondo parametri diversi dai miei. La selezione per Icone 5.9 è stata il frutto di una mediazione tra le varie voci di un coro, ma, per quanto mi riguarda, i miei parametri sono e saranno sempre gli stessi: da dove viene un artista, che cosa ha fatto fino ad adesso e se mi piace quello che conosco della sua storia.

 

Che siano diretti o meno da un curatore, l’aumento esponenziale delle facciate dipinte nell’ambito di festival di street art attira sempre più l’attenzione del pubblico e delle istituzioni sulla street art, ma con esiti ambivalenti. A Bari, ad esempio, la realizzazione di alcune facciate da parte della galleria Doppelgänger in queste ultime settimane ha scatenato una polemica politica e amministrativa, che si concluderà con la valutazione ex-post da parte della Soprintendenza della validità degli interventi realizzati. Avete avuto problemi di questo genere anche a Modena? 

Ci sono stati degli episodi schizofrenici anche a Modena. Sartoria, un’importante agenzia di comunicazione che ha sede qui in città, ha invitato negli anni dei nomi molto importanti. Nel 2005, gli Os Gêmeos fecero alcuni dei loro personaggi sui muri in un ex deposito dei tram dove avevamo organizzato Icone nel 2003.

 

Uno degli interventi degli Os Gêmeos a Modena

 

Nel 2011, nonostante fosse vincolato, questo deposito è stato abbattuto venti giorni prima che fosse inaugurata ai Giardini Ducali, in una location istituzionale, una mostra alla quale partecipavano, tra gli altri, proprio gli Os Gêmeos, assieme a Futura 2000 e Mode 2. In pratica, il Comune ha autorizzato la distruzione di un edificio con degli interventi di artisti che venivano contemporaneamente esposti in uno dei principali centri d’arte contemporanea cittadini.

Ora, non penso che dei muri dipinti dagli Os Gêmeos debbano essere eterni, ma che senso ha dare degli spazi per realizzare degli interventi, se poi questi stessi interventi non vengono tutelati? Lo dico con rammarico perché il Comune, che ha sempre concesso spazi e sempre sostenuto finanziariamente i nostri sforzi, potrebbe avere un ritorno culturale e turistico oggi che la street art gode di grande attenzione. Modena potrebbe vantarsi di essere stata una delle prime città in Europa a dare spazio alla street art sui propri muri!

Invece, mi sembra che ovunque in Italia si riproduca questa stessa impostazione: ci sono dei singoli che si attivano su un territorio, ci sono delle istituzioni disponibili e pronte a concedere degli spazi, ma poi non c’è promozione del lavoro realizzato, perché i Comuni non padroneggiano la situazione e non capiscono veramente cosa facciamo. Per questo, esercitano un controllo a posteriori, censurando quegli interventi che creano dissenso.

Qui a Modena, penso all’uomo con una testa che usciva dai pantaloni dipinto da Blu nel 2004. Per rispondere ad alcuni genitori, che volevano che il dipinto fosse censurato, abbiamo polemicamente disegnato delle mutande che richiamavano la copertura dei nudi michelangioleschi nella Cappella Sistina. Cosi, una mattina, Blu è venuto a filmarci mentre dipingevamo queste mutande, incuranti del risultato ancora più volgare che avremmo ottenuto e della situazione ridicola che si era creata: se prima c’era una testa gigante che usciva dai pantaloni, dopo l’uomo sembrava avere un pacco gigante, ma i genitori scandalizzati non potevano più ribattere…

 

La notizia della copertura del murales du Blu ebbe ampio spazio sui giornali locali


Il problema è quindi che l’istituzione non ti dà un quadro al quale attenerti, ma pretende comunque di esercitare un controllo/censura ex-post. In linea di principio puoi affidarti al tuo buon senso e fare quello che vuoi, ma in realtà devi rispettare dei canoni che nessuno esplicita. Alcuni pretendono dagli artisti dei bozzetti, ma puoi chiedere un bozzetto e dare indicazioni su cosa fare ad un artista che viene a lavorare gratuitamente?

 

Cosa manca per te alle istituzioni italiane per capire l’importanza della street art? Quali sarebbero i passaggi importanti che faciliterebbero il lavoro di chi si impegna sul territorio

Non sanno di che cosa si parla. Fino a poco tempo fa, il direttore del museo X della città X, anche se aveva una conoscenza vasta di tutto quello che è nuovo e attuale nel panorama dell’arte contemporanea, non sapeva neanche cos’era la street art. Era come trovarsi a parlare con un assessore alle politiche giovanili che non sa nemmeno che esistono gli smartphone. Nei fatti, una persona bravissima e molto competente, ma cui manca quel qualcosa che non deve mancare quando devi valutare un progetto di street art. 

Il problema è politico e ha radici lontane. In Cemento vivo, un documentario su Icone dal titolo ancora provvisorio che speriamo di pubblicare presto, Pier Paolo Ascari, ex braccio destro dell'assessore alle politiche giovanili di Modena, e per questo conoscitore profondo di Icone, avendo assistito dal punto di vista istituzionale alla realizzazione di 2 edizioni, dice che i graffiti e la street art trascinano con se l’aria di periferia e l’idea di degrado anche quando sono realizzati in un centro storico. La vista di quel tipo di immagini, fa venire in mente alla gente le periferie degradate, per cui qualsiasi intervento realizzato con il sostegno delle istituzioni non riqualifica delle zone, ma contribuisce ancora di più ad aumentare il loro grado di fatiscenza. Questo genera problemi ai sindaci e agli assessori che si trovano a dover giustificare certe scelte ai loro elettori, senza tuttavia avere quella cultura necessaria per difendere in maniera consapevole le proprie decisioni.

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