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Terra di Nessuno

 

Inaugura domani 26 marzo a Torino alla galleria Square 23 alle ore 18 Terra di Nessuno. I non-luoghi dell'arte urbana, l'ultimo progetto espositivo di Francesco Barbieri. La mostra, che potete visitare fino al 30 aprile, è un'indagine sulla “terre di nessuno”: un’area ferroviaria abbandonata, lo spazio sotto uno svincolo della tangenziale, un tunnel, l’interstizio tra due sottopassaggi bui. Sono quelle stesse aree delle nostre città che Francesco Barbieri attraverso nel video-trailer della mostra. Da questa zona di frontiera l’artista ha imparato ad osservare e a vedere tutto ciò che lo circonda con senso critico ma anche con incanto, trasportando tralicci, antenne, palazzi e cieli opalescenti irrorati di smog nelle sue tele.

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Il catalogo stampato in occasione della mostra, è introdotto da un testo di Christian Omodeo, che l'artista, il gallerista e l'autore hanno deciso di rendere accessibile anche online. Buona lettura.

Terra di Nessuno

Quando, nell’aprile 1992, il sociologo Marc Augé pubblicò in Francia "Non luoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità", uno dei testi fondamentali per l’analisi del rapporto tra società umane e spazio urbano nel mondo contemporaneo, il paese discuteva ancora di un fatto di cronaca abbastanza inusuale. Solo poche settimane prima, la stazione della metropolitana del Louvre – da poco riammodernata e ornata di copie di statue conservate nel museo – era stata, infatti, presa di mira e vandalizzata a colpi di bombolette spray da alcuni graffiti writers. Giornali e televisioni diedero ampio spazio allo scempio compiuto in quell’occasione, presentando la contemporanea approvazione delle prime leggi antigraffiti come una prova dell’efficacia delle istituzioni.

A distanza di anni, è lecito avviare una rilettura di quei provvedimenti e chiedersi se l’introduzione di quelle normative non scatenò un aumento delle tendenze vandaliche nel graffiti writing francese degli anni ’90 e 2000, invece di stemperarne l’impatto. Negare ai graffiti il diritto di essere presenti nello spazio pubblico fu, infatti, uno dei principali segni del rifiuto delle istituzioni pubbliche di confrontarsi con la comparsa di nuove culture urbane e, al tempo stesso, la testimonianza di un’incapacità di mettere a frutto il nuovo quadro teorico reso disponibile da studi come quello di Marc Augé.

Nell’autunno del 2005, mentre le periferie di alcune città francesi venivano prese d’assalto da bande di giovani disoccupati, la fedeltà ventennale a quelle linee guida definite all’inizio degli anni ‘90 fu ritenuta da molti come una delle principali cause delle rivolte delle banlieues. Altri, come l’allora ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy, ridussero invece il tutto a una banale rappresaglia di ragazzi, nati e cresciuti in quartieri dormitorio, incapaci di condividere lo spirito repubblicano. Il dibattito pubblico si polarizzò rapidamente attorno a questi due fronti, ostacolando un’analisi politica seria della situazione e il conseguente varo di possibili riforme.

Fu in questo contesto, mentre i media francesi scandivano quotidianamente storie di guerrilla urbana, che degli enormi ritratti fotografici di quegli stessi ragazzi che stavano mettendo a soqquadro le banlieues comparvero sui muri di palazzi signorili dei quartieri benestanti di Parigi. I poster di dimensioni medio-grandi ritraevano delle espressioni a metà tra il buffo e l’aggressivo, per denunciare con ironia l’immagine distorta delle periferie francesi offerta dai media e da una parte della classe politica nazionale. "Portrait of a generation" rimane, ancora oggi, uno dei progetti più emblematici dello street artist JR, ma rappresenta soprattutto il primo tentativo da parte di questo ex-graffiti writer di armarsi di un nuovo linguaggio, basato non più sulla bomboletta spray, ma sul connubio tra macchina fotografica digitale e stampante plotter. Offrire la propria idea del rapporto tra società umane e spazio urbano aveva ormai preso il sopravvento sulla ricerca di uno stile unico per le proprie lettere. Un nuovo campo di ricerca, tutto da esplorare, vide allora il giorno.

I paesaggi urbani di Francesco Barbieri sono difficilmente assimilabili alle fotografie di JR. Tuttavia, condividono con il suo lavoro una necessità piuttosto simile di trasmettere un modo preciso di vedere e di vivere lo spazio urbano, tipico di chi ha un trascorso nel graffiti writing. Nel caso di Francesco Barbieri, va in scena un immaginario collettivo rimosso e composto da scorci di città invisibili ai nostri occhi. I suoi paesaggi si concentrano su delle aree urbane che il nostro sguardo ignora coscientemente. Sono delle carte geografiche di un mondo circostante che ci autoprecludiamo, quasi come delle fotografie scattate a occhi chiusi con uno smartphone mentre attraversiamo in treno o in metropolitana una città.

"Terra di nessuno", il titolo di questa mostra, è una presa d’atto della relazione irreale – sospinta dal solo desiderio artificiale di consumare o di transitare – che molti hanno con lo spazio urbano. Assume, in seguito, un accento rivendicativo, perché Francesco Barbieri educa l’occhio dei propri spettatori e li invita a riscoprire autonomamente la bellezza di quegli spazi urbani finora preclusi al loro sguardo. Il tono onirico di molte sue composizioni recupera quelle indagini volte a svelare l’anima degli spazi urbani, che Guy Debord e i situazionisti tennero a battesimo negli anni ’50 con il nome di psicogeografia. Il rapporto intimistico con alcuni angoli di città ricalca, invece, le passeggiate descritte dal disegnatore giapponese Jirô Taniguchi ne L’uomo che cammina. Il suo lirismo recupera invece quel rapporto sofisticato e silenzioso allo spazio urbano tipico dei primi ritratti fotografici di città scattati da Eugène Atget nella Parigi di fine ‘800.

Tanta street art trasforma l’esperienza urbana in immagini virali, destinate a internet più che a una tela. Francesco Barbieri fa l’esatto contrario. Racconta la città in modo meno sfacciato, perché preferisce una visione intimistica del paesaggio urbano. Apprezza la resa cromatica di atmosfere cariche di colori forti, in cui riemergono i profili stilizzati di architetture industriali. La lettera e la parola non hanno più spazio nella sua produzione, ma il nuovo lirismo di Francesco Barbieri fa sì che la definizione di poesia visiva sia e rimanga sempre quella più adeguata a definire i quadri e i disegni esposti tra le mura di Square 23.

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