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Se colori la città, colori anche i piccioni

Il Corriere della Sera di lunedi 27 agosto (© Klat Magazine)

 

Pierluigi Panza ha dato molto risalto in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera all'azione del giovane artista svizzero Julian Charrière realizzata nei giorni dell'inaugurazione della Biennale di Architettura di Venezia. Il procedimento, a quanto pare, non è poi molto complicato: "attraverso una gabbia posizionata settimane fa sopra alcuni tetti e dotata di un particolare sistema di erogazione di acqua e cibo, Charrière riesce a far cambiare, «senza alcun pericolo per l'animale», assicura, la pigmentazione dei piccioni, il cui piumaggio assume colorazioni da pappagallo esotico per alcuni mesi. «Si usa questo sistema per studiare le migrazioni degli uccelli», assicura".

Pensato e organizzata da Charrière assieme a Julius von Bismarck, il progetto Some pigeons are more equal than others è stato riproposto a Venezia, dopo Copenaghen, nell'ambito di progetto di osservazione socio-urbanistica proposto dallo studio Vogt Landscape Architects.

 

 

Perché parlo di Charrière e dei suoi piccioni colorati? Perché, per avere avuto la fortuna di vedere da vicino numerosi festival di street art negli ultimi mesi, mi è sembrato di cogliere la voglia da parte degli organizzatori di questi eventi di aprirli a nuovi tipi di contaminazioni. Esemplare è in tal senso il caso recentissimo di Infart e della mostra Passengers, a cura della No Title Gallery, che ha permesso a artisti come i Kindergarten o i Gastrovisione di lavorare all'interno di una chiesa sconsacrata, mentre Pixel Pancho dipingeva una delle facciate esterne. (l'ntervista alla No Title Gallery scritta per Ziguline, la trovate qui). Una tendenza simile è in atto a Besançon in questi giorni nel quadro di Bien Urbain, anche se la maggior parte degli artisti coinvolti sono comunque degli street artist.

Dopo essere stata tanta snobbata, la street art ormai fa tendenza. Si parla e si criticano tanto di street artist che espongono in galleria, ma, a ben vedere, la vera novità è che gli artisti "normali" abbandonano con sempre più frequenza gli spazi chiusi del museo e della galleria, per lavorare in strada. Personalmente, trovo quest'evoluzione estremamente interessante e promettente. Non vedo quindi perché non aprirgli già dal 2013 le porte dei festival di street art. La linea in fondo sarà sempre la stessa: in strada, più si è e meglio è.

 

ps: gli Ödland sono un gruppo di veggenti. Nel 2011, hanno girato a Venezia il video di una loro canzone. Per scoprine il titolo, clicca play qui sotto.

 

 

 

 

 

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