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Lo chiamavano Diavù

 

Alcuni di voi lo conosceranno grazie alla rubrica Rifatto del Fatto Quotidiano o alla trasmissione MURO di Sky Arte, ma David "Diavù" Vecchiato è un attore della scena street italiana da quasi vent'anni. Illustrazione, fumetti, i mitici Happening Internazionali Underground, MondoPop - una delle prime galleria di street art e pop surrealism italiane - e la mostra Urban Superstar al MADRE di Napoli: non sono pochi i progetti che ha realizzato o a cui ha collaborato tra la fine degli anni '90 e gli anni 2000. Qualche settimana fa, gli ho chiesto se aveva voglia di raccontarmi il suo percorso, perché credo sia importante mettere nero su bianco la storia di quegli ambienti underground in cui ha trovato origine la street art degli anni 2000. 

 

Quando nasce Diavù?

“Diavù" nasce sui banchi di scuola. Un amico mi chiamava così perché siglavo tutto con le prime tre lettere del mio nome "Dav". Leggendole per esteso veniva "Di-A-Vù", un suono diabolico e ridicolo allo stesso tempo. Ma dipingevo e disegnavo fin da piccolo. A casa di mia madre ci sono ancora i mei primi disegni incorniciati o i quadri che ho dipinto quando ero adolescente.

 

Quali sono le prime tappe della tua carriera artistica? In che ambienti ti sei formato?

Non nasco pittore tradizionale, né street artist, definizione che, quando ho iniziato a esporre, poteva essere data al massimo a Keith Haring e pochissimi altri. Sono diventato semplicemente artista nel 1990, perché frequentavo il corso di pittura all'Accademia di Belle Arti di Roma, mentre lavoravo in uno studio di cartoons. In quel periodo, partecipai anche a dei festival di animazione e proposi a Videomusic, l'MTV italiana dell'epoca, dei cartoons coi dei miei personaggi per sigle e stacchetti che andarono in onda per qualche mese.
Nel 1991-1992, producevo già regolarmente dipinti, ma non trovavo spazio nelle gallerie d'arte dell'epoca. Mi dicevano che avevo uno stile troppo 'cartoon' o troppo 'street', che i miei quadri erano troppo sporchi e caotici. Allora mi indirizzai verso i centri sociali, ma passavo le notti nella redazione di un giornale locale, in un ufficio che ci prestavano nelle ore di chiusura, dove disegnavo assieme a 3-4 compari di avventura strisce e fumetti. Scrivevamo e impaginavavamo sui primi Apple Macintosh Classic delle fanzine che mandavamo addirittura in edicola: Katzyvari prima, Tribù poi. Non avendo una famiglia che mi potesse mantenere alle spalle, dovevo trasformare la mia passione in un mestiere e ci ho provato in tutti i modi.

 

Alcune delle illustrazioni pubblicate su Katzyvari

 

Per me, l’arte e l’editoria (che all'epoca consideravo il mezzo più rapido per diffondere l’arte) erano legatissimi. Internet era ancora una leggenda che scoprivi sulle pagine di riviste cyberpunk come Decoder. Quindi, per promuovere Katzyvari, giravo per fiere e festival e incollavo di notte sui muri di Roma dei poster di Kontrol, uno dei miei personaggi. C’era quello con lui inseguito dalla polizia e l'altro con lui costretto spalle al muro, ma un muro con fori di proiettile sanguinanti. Mi ricordo poi i disegni in cui impiccava Mickey Mouse o in cui calpestava una montagna di scheletri mangiando spaghetti con una spilletta di Forza Italia in bella vista, questo fu pubblicato sulla copertina del numero di Katz uscito poco dopo la discesa in campo di Berlusconi. In quegli anni, di notte per strada incontravi solo writers o tizi che incollavano manifesti politici. Io non ero né l’uno né l’altro e anche la polizia, che mi ha fermato un paio di volte, mi chiedeva cosa stessi esattamente facendo sui muri. Una volta risposi a una pattuglia che staccavo i manifesti elettorali dai palazzi antichi perché li imbrattavano illegalmente. Mi lasciarono andare, ma probabilmente pensarono che fossi uno squilibrato.
Sempre in quegli anni, ho iniziato a esporre e vendere le mie tele e i miei fumetti agli Happening Underground, che alcuni writers storici milanesi come Vandalo e Marco Teatro organizzavano ogni anni al CSOA Garibaldi e al Leoncavallo a Milano o al Forte Prenestino a Roma. Girando tra le sale, potevi vedere foto di graffiti sui treni, scoprire l’arte underground italiana e capitare su dei veri e propri 'reperti' di quella controcultura internazionale che era una delle nostre principali fonti di ispirazione, come i comic books USA degli anni 60 e 70. E là conoscevamo colleghi artisti o editori indipendenti di tutto il mondo e ci scambiavamo le rispettive fanzine. Curai con Teatro anche il catalogo di una delle ultime edizioni dell'Happening Underground.

 

L'Happening Internazionale Underground (HIU) organizzato al Forte Prenestino nel 1997


Certo, al di là dell'amicizia con alcuni writers, ero più vicino alla cultura Hip Hop: mi vestivo da B-Boy, ascoltavo rap, frequentavo il corso di breakdance di Massimo 'Crash Kid' al Villaggio Globale. Quando ho registrato il disco della mia band nel 1999, mi venne naturale collaborare con i Cor Veleno, così come mi capitò di scrivere e cantare con il Piotta. Malgrado queste collusioni, non ho però mai sentito l'esigenza di andare a dipingere pezzi o tag. Il mio interesse è sempre stato quello di fare arte visiva figurativa, anche se la facevo lontano da critici, curatori e galleristi 'imbalsamati'.
Dopo altre esperienze editoriali – tra cui Tank Magazine durata dal 1995 al 1997 – e varie mostre collettive, progetti e performance, come quelli delle Officine Guano in cui collaborai con amici come Gipi, Riccardo Mannelli, Stefano Ricci ed altri anche in varie performance in strada, nel 2002 ho iniziato ad esporre al di fuori dai circuiti antagonisti e a pubblicare ogni settimana un ritratto di un musicista su Musica, l’inserto de La Repubblica. Poi, nel 2005, ho iniziato a collaborare con La Repubblica XL, dove ho pubblicato decine e decine di fumetti e collage (che ho poi esposto alla Triennale di Milano), ma anche articoli su arte, fumetto e sulla Street Art, come questo questionario girato ad alcuni artisti proprio nel 2005.
Il MURo Museo di Urban Art di Roma, uno dei miei ultimi progetti, nasce nel 2010, come un museo diffuso nelle strade del Quadraro, in cui ho invitato a dipingere anche grandi nomi internazionali, in un dialogo continuo con i cittadini. Quest’esperienza è stata determinante nel darmi lo stimolo a dipingere con più regolarità opere di Street Art.

 

Se ricordo bene, Diavù diventa rapidamente una figura curatoriale. È cosi? Puoi raccontarci la tua esperienza con MondoPop?

Durante quegli anni ’90, nella scena underground, ogni artista organizzava degli eventi nella propria città e invitava i suoi contatti. Ci si ospitava reciprocamente, ci si dava una mano ad allestire mostre, anche perché non si trovavano facilmente curatori interessati a seguire il nostro lavoro e a scriverne. Quindi, si faceva tutto da soli, dalla ricerca dei luoghi dove esporre fino alla curatela.
Anche MondoPop nasce da una storia molto personale. Nel 2006, Serena Melandri, che oltre ad essere mia compagna nella vita mi affianca anche in ambito lavorativo dal 1998, mi ha proposto di aprire una galleria che potesse accogliere opere d'arte, ma anche altre produzioni d'artista, come  stampe, gadget, toys, t-shirt e altro. Lei e la nostra carissima amica Ilaria Beltramme – più conosciuta come scrittrice – diedero il via al progetto, mentre io curavo le esposizioni, approfittando di quell'attitudine a selezionare che mi veniva dal mondo delle fanzine e delle riviste, dove è importante saper scegliere, visto il limitato numero di pagine da riempire. La prima mostra, Pop Invaderz, inaugurò nell'ottobre del 2007 nel nostro primo spazio tra via del Corso e via del Babuino. Fin da subito, provammo a confrontarci con un orizzonte internazionale. Abbiamo esposto il brasiliano Ethos, i tedeschi Boris Hoppek e Jim Avignon, lo statunitense Buff Monster e molti altri artisti della scena street, a fianco di Gary Baseman, Tanino Liberatore, Laurina Paperina, Shag e altri percorsi stilistici che trovavo interessante mettere a confronto.

 

Il video dell'opening della mostra "Veleno" di Diamond & JBRock

 

MondoPop è stata anche una delle prime vetrine per quegli artisti italiani che non trovavano spazio in gallerie più ufficiali. Tra gli altri, abbiamo ospitato Sten & Lex, Alice Pasquini, Nicola Alessandrini, Allegra Corbo, Lucamaleonte, Hitnes, DEM, Serpeinseno (oggi Gio Pistone e Camilla Falsini), JB Rock, Diamond, Hogre, Mr. Klevra, Omino 71, Bol 23 e molti altri. Ripensandoci, avrebbero potuto esserci i presupposti per creare una nuova scena a Roma, ma i tempi non erano più quelli dell'Happening Underground. Noi artisti eravamo probabilmente tutti più individualisti, perciò, per molti, esporre a MondoPop è stato solo un passaggio in attesa di arrivare a gallerie più importanti, magari senza gadget tra i piedi.
Detto ciò, l'esperienza MondoPop è arrivata fino a Los Angeles, perché abbiamo collaborato con la Distinction Gallery per la mostra Lux In Tenebris. Abbiamo chiuso nel 2012, in parte a causa della crisi economica, in parte perché sentivo il bisogno di tornare a fare l’artista. Negli ultimi due-tre anni, ho però ripreso a lavorare come curatore, prima per la rubrica RiFatto su Il Fatto Quotidiano, in cui parlo di luoghi abbandonati ed ecomostri ripensati grazie all’Urban Art, poi per la serie tv Muro per Sky Arte. Ricominciare a curare progetti mi ha permesso di capire che ho un approccio molto personale alla curatela, più empatico che scientifico.

 

Nel 2009, hai curato una mostra, Urban Superstar al MADRE di Napoli, che è un tassello importante nell’istituzionalizzazione della scena artistica underground degli anni ’90 e 2000.

Urban Superstar è un progetto nato come mostra/festival itinerante nel 2009. A Mondopop, ritenevevamo che i tempi fossero maturi per portare in un museo le nuove forme d'arte contemporanea che esponevamo in galleria. Penso a tutti quegli artisti che spaziano tra la Street Art e il Pop Surrealism. Nel 2009 e nel 2010, abbiamo organizzato una mostra e una serie di appuntamenti al MADRE di Napoli. Nel 2011, abbiamo ospitato tre mostre a Roma da Mondopop, mentre nel 2012 e 2013, abbiamo curato delle residenze d'artista, workshops, performances e mostre nella Galleria Provinciale di Cosenza. Al MADRE siamo entrati dalla porta di servizio, perché l’allora direttore Eduardo Cicelyn ci disse chiaramente che, per lui, queste correnti non erano arte, ma solo un fenomeno alla moda. Per realizzare la mostra, abbiamo quindi dovuto creare una vera e propria sinergia tra varie realtà: il museo ha messo il luogo, il Festival di fumetto Comicon il supporto logistico, il Gruppo Editoriale L'Espresso è stato main sponsor grazie a XL, e Fornarina ci ha prestato delle grandi installazioni realizzate da artisti come Glenn Barr, Junko Mizuno e Tokidoki. Le opere venivano dagli artisti, ma anche da vari collezionisti privati che ce le prestarono a titolo gratuito.

 

Una vista della mostra Urban Superstar

 

Cosa consigli di leggere a chi è interessato alla tua storia e a quella degli ambienti in cui sei cresciuto artisticamente?

Non sono molto bravo a storicizzarmi, anche se il mio sito è un archivio niente male (e presto mettero’ online la nuova versione). Ho sempre preferito pubblicare sulle riviste, perché offrivano una fruizione rapida e simultanea, come oggi per il web. Alla lunga ho sbagliato, ovviamente. Pensa che nemmeno i miei fumetti – che sono centinaia di pagine uscite qua e là – sono mai stati raccolti in un libro.
Con MondoPop, abbiamo stampato solo il catalogo della mostra Vinyl Factory (3000 copie). Preferivamo diffondere tutto il materiale delle mostre via internet, sia per limitare le spese sia perché era un mezzo più virale. Magari lo stampiamo nel 2022, come amarcord, a 10 anni dalla chiusura della galleria.
Per Urban Superstar, abbiamo invece pubblicato un piccolo catalogo spillato in un centinaio di copie, che distribuimmo la sera dell’opening e che andò letteralmente a ruba

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