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Non chiamatemi festival


 

Stilare una lista delle manifestazione dedicate alla street art in Italia nel 2012 è un'operazione praticamente impossibile. Da Nord a Sud, in grandi e piccole città, è sorto negli ultimi anni un tessuto fittissimo di festival, eventi e progetti culturali. Alcuni di questi sono ormai degli appuntamenti fissi, come Picturin a Torino, Infart di Bassano, Outdoor a Roma, Lumen a Salerno o il Fame Festival di Grottaglie, che dei tanti è probabilmente il più conosciuto a livello internazionale.

A questi, si sono aggiunti quest'anno il Comma Art City Project di Perugia e Frontier, la linea dello stile a Bologna, che si differenziano dai loro predecessori per lo spazio importante che dedicano alla riflessione teorica sulla street art. Gli street artists dipingono, mentre, al loro fianco, persone con profili diversi discutono di cosa sia e a che cosa serva oggi la street art. E' una sorta di rivoluzione e spero sinceramente che l'impatto di questi progetti sia all'altezza delle aspettative che suscitano.

Perché tante attese concentrate su due sole manifestazioni? Perché gli altri progetti mi sembrano ricorrere ad uno stesso modello – quello del festival – che limita l’impatto di questi progetti nel dibattito intellettuale, artistico e sociale. Le cause di questa situazione sono molteplici, non dipendono sempre dagli organizzatori e variano di città in città. Due, in particolare, mi sembrano pero' ricorrere su tutto il territorio nazionale:

1) La tendenza dei comuni e delle istituzioni pubbliche a nascondere queste manifestazioni sotto l'etichetta del decoro urbano, come se far dipingere una bella facciata bastasse a risolvere i problemi di un quartiere.
Si tarda a capire che il potenziale della street art è di tutt'altro livello e non solo perché è uno dei fattori che contribuisce a far aumentare il valore degli immobili (non lo dico io, ma uno studio pubblicato nel gennaio 2012 del Sole 24 Ore).

2) Salvo rarissime eccezioni, il silenzio assordante con il quale la street art viene ancora accolta nelle università e nei musei italiani.

"E' un'arte di serie B, che non contribuisce e non si posiziona nel dibattito artistico internazionale". Cui prodest studiarla e farla studiare? Il risultato di quest'atteggiamento è che gli storici dell'arte, ovvero gli studiosi che possiedono degli strumenti utili all'analisi di questo fenomeno artistico, non mettono a disposizione della società delle analisi degne di nota che favoriscano il perfezionamento di manifestazioni pubbliche dedicate alla street art. Di fronte a questo prolungato ed ostinato ritegno accademico, non c'è da stupirsi se, mentre oggi si conserva gelosamente il Tuttomondo dipinto da Keith Haring a Pisa nel 1989, altri interventi realizzati in Italia da Haring sono stati rimossi. Penso al caso di Roma, orfana sia dei graffiti dipinti nel 1982 sullo zoccolo del Palazzo delle Esposizioni, rimossi nel 1992 in occasione di una visita di Gorbaciov, sia del graffito 6 × 2 realizzato nel 1984 lungo la linea A della metropolitana di Roma, tra le stazioni Flaminio e Lepanto, cancellato probabilmente in occasione di Italia 90 (e non nel 2001, come si legge spesso).

 

Un dibattito serio su questi temi dovrebbe prendere in conto molte altre manifestazioni dedicate alla street art in Italia negli ultimi trent'anni, ma anche piccoli contributi come questo post o interviste come quella realizzata da Costanza Rinaldi a Fabiola Naldi e Claudio Musso, curatori/organizzatori di Frontier aiutano il dibattito su questi temi.

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José María Sert

Les décors majestueux d'un peintre d'origine catalane...

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