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L’altra metà dell’Avanguardia

 

Non è la prima volta che diamo spazio a Frontier, uno dei progetti a cavallo tra l'Urban Art e l'arte pubblica più interessanti negli ultimi anni in Italia e a livello internazionale. In questi giorni, dopo aver seguito gli interventi murali di Lokiss, Nuria, Peeta, Poesia, Rae Martini e Seikon e una serie di talks in collaborazione con il MAMbo, abbiamo finalmente incontrato Claudio Musso  (CM) e Fabiola Naldi (FN) per discutere di Frontier, ma soprattutto perché ci interessava saperne di più sul loro approccio curatoriale innovativo. 

 

Frontier è un progetto nato a Bologna tra il 2012 e il 2013 come una piattaforma aperta e in evoluzione. Com’è nata, nel 2014, l’idea di un secondo capitolo? Che rapporto intercorre tra le due edizioni?

FN: Frontier non è stato pensato come un evento che possa essere riprodotto di anno in anno. Nel 2012, quando ci è stato chiesto di sviluppare un’idea progettuale dedicata al Graffiti Writing e alla Street Art, abbiamo deciso di costituire una “collezione di opere all’aperto” attraverso una selezione di artisti. Abbiamo seguito dei criteri simili a quelli che orientano l’azione di un curatore museale. In quell’occasione è stato possibile dare forma ad una ricerca tra più generazioni di artisti e di cercare esempi di evoluzioni stilistiche importanti attraverso dei criteri che sono sicuramente opinabili, perché soggettivi, ma che rivendichiamo in toto.
Nel 2012, Frontier voleva rilevare l’anima più strutturata di questo movimento, dando spazio sia alle ricerche attorno al lettering sia a quell’ambito più figurativo che è poi sfociato nel wall painting (o come spesso viene chiamata Street Art). Noi guardavamo a quell’esperienza come qualcosa di concluso, anche se sapevamo che mancavano dei tasselli, delle ipotesi critiche.
La possibilità di dare un seguito a quell’esperienza nasce, ancora una volta, da una richiesta esterna e da analisi che continuiamo a condurre. Nel momento stesso in cui ci è stato chiesto di pensare un secondo passo, la nostra prima reazione è stata di cambiare direzione rispetto al 2012 e di interessarci all’ “altra metà dell’avanguardia”. Non mi piace parlare di astrazione. Preferisco il termine concreto che va in qualche modo a ricontestualizzare un segno, per quanto sia esso effimero.

CM: Tra giugno e ottobre 2012 i primi 13 artisti, a febbraio 2013 il convegno internazionale, a dicembre dello stesso anno il libro e poi a fine giugno di quest’anno altri artisti, altri eventi tuttora in corso. A vederla così non ci siamo mai fermati (o ripartiti), abbiamo tenuto fede all’idea di un processo in evoluzione. Su un piano diverso, siamo invece rimasti legati all’idea di tracciare una linea storica, dal passato al presente, attraverso similitudine e differenze. La scelta del francese Lokiss va in tal senso, perché si tratta di uno dei primi graffiti writer europei ad aver percorso una via di scomposizione della forma (sia lettera che figura) che ha influenzato attraverso tratti innovativi e originali. Questo ruolo gli è stato già riconosciuto, come dimostra la presenza di alcuni suoi pezzi in Spraycan Art, il libro di Henry Chalfant e James Prigoff (London: Thames & Hudson, 1987). Lo stesso vale, seppur con i dovuti distinguo, per il polacco Seikon, che appartiene all’ultima generazione e che incarna un legame con l’astrazione in cui, abbandonate le lettere, diventano chiare le influenze dell’architettura del Bauhaus e del graphic design.

 

In Italia, come in Europa, Torino è stata per anni una città riferimento in tema di politiche pubbliche quando si parlava di Graffiti Writing e di Street Art fin dalla fine degli anni ‘90. Paradossalmente, il passaggio della gestione di queste politiche dall’Assessorato alle Politiche Giovanili all’Assessorato alla Cultura negli ultimi anni ha mandato in crisi il modello torinese. In una situazione del genere, Frontier acquista ancora più visibilità per la lungimiranza politica che s’intravede dietro al vostro approccio curatoriale. Potete dirci qualcosa di più sugli equilibri amministrativi che hanno reso possibile Frontier?

FN: Noi beneficiamo di una situazione privilegiata, perché Frontier è un progetto speciale promosso dal Settore Cultura e ha trovato notevoli conferme anche in molti altri uffici dell’amministrazione cittadina. Questa provenienza ha garantito la tutela degli artisti e di tutti gli operatori culturali coinvolti.

CM: Le persone con cui ci siamo relazionati quest’anno sono le stesse del 2012: stesse figure, stesse realtà, stesse attitudini. Abbiamo avuto gli stessi interlocutori e abbiamo potuto spiegare che cosa stavamo andando a fare senza ripartire da zero. L’appoggio datoci dal MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, che ha completamente compreso il nostro percorso e l’ha validato, ha garantito la possibilità di una relazione con l’ambito dell’arte contemporanea e più in generale della cultura contemporanea. Il progetto Frontier si affida a un procedimento diretto in cui l’amministrazione delega l’ideazione, la realizzazione delle opere e degli eventi collaterali ad esperti riconosciuti del settore.

 

Le amministrazioni pubbliche italiane guardano spesso in maniera esclusiva al Graffiti Writing e alla Street Art come degli strumenti di riqualificazione urbana. I politici bolognesi come hanno reagito di fronte ad una proposta critica che non nasce e muore solo attorno al tema della riqualificazione urbana?

CM: Relazionarsi con un’istituzione pubblica significa avere a che fare con un ente mastodontico che risponde con una sola firma. Nei fatti, però, è stato possibile creare un rapporto di dialogo con un gruppo di lavoro discutendo apertamente metodologie e condizioni. Abbiamo avuto la fortuna di trovare persone informate e aperte con cui è stato più facile trovare quei compromessi che sono indispensabili quando si lavora nello spazio pubblico. Si chiarisce, ad esempio, che a livello di comunicazione è la parte critica quella che deve essere più tutelata e che la riqualificazione, i benefici turistici e commerciali sono solo le conseguenze di un percorso virtuoso e non lo scopo primario. Serve tener presente che si possono ottenere risultati secondari ancora più soddisfacenti, se il percorso artistico e critico è realizzato nel rispetto di basi teoriche solide.

 

Colpisce che questa presenza di una forte volontà critica in un progetto di Urban Art emerga proprio a Bologna, una città che festeggia quest’anno i trent’anni della mostra Arte di Frontiera – New York Graffiti, organizzata nel 1984 alla GAM per rendere omaggio a Francesca Alinovi, scomparsa l’anno prima.

FN: Francesca Alinovi è un enorme talento interrotto. Il suo incontro con i graffiti è stato dettato soprattutto da un insieme di ricerche che stava facendo sul kitsch, sul camouflage illustrativo e sul concetto di ripetizione differente di diverse istanze estetiche.
I graffiti sono venuti ad aggiungersi a questa lista d’interessi perché, in quegli anni, era abbastanza facile vederli. Con questo, non intendo dire che poteva anche esserci qualcun altro al suo posto, quanto mettere in risalto il fatto che Alinovi aveva un passe-partout metodologico ideale per vedere il rientro della pittura negli anni ’70 e per rendersi conto che quello che succedeva a Bologna in quegli anni sfociava nella stessa dinamica americana, anche se con una serie di background culturali diversi. Ci sono delle chiavi di lettura in quello che scrive che chiariscono principalmente la metodologia che applica, anche se non possiamo negare a Norman Mailer (The Faith of Graffiti. New York: Praeger, 1974) o a Jean Baudrillard (“Kool Killer o l’insurrezione mediante i segni”. La critica sociologica, 1974, 29, p. 148-150 ; 31, p. 6-10) delle letture altrettanto importanti.

 

Il dibattito critico attorno al Graffiti Writing si affievolisce negli anni immediatamente successivi alla morte di Francesca Alinovi. Mi sono spesso chiesto cosa abbia portato all’atrofizzazione di questo movimento, valutando vari fattori: dalle pressioni commerciali che hanno favorito una banalizzazione del linguaggio del Graffiti Writing, alla scomparsa di alcuni dei principali attori della scena newyorkese come Keith Haring e Dondi White o, in maniera più generale, alla fine di quel rientro della pittura che caratterizza gli anni ’80. Mi chiedo, in particolare, se un sostegno critico più efficace avrebbe potuto evitare il declino al quale abbiamo assistito negli anni ‘90.

FN: Non bisogna dimenticare che attorno al 1983-1984 possiamo oramai parlare di Post-Graffiti quindi anche tutto ciò che si genera a partire da quegli anni principalmente in Europa si fa più complesso e articolato. Vale a dire che coloro che noi consideriamo i maggiori interpreti di una “seconda ondata” si rinnovano a contatto con luoghi, tradizioni, architetture e culture più stratificate e complesse. La sfida, oggi, è quindi capire cosa succedeva e succede ancora in Francia, in Germania, in Spagna o nel resto del Mondo e analizzare come il Post-Graffiti s’innesta negli scenari artistici nazionali. Il vero problema è, però, il silenzio della critica su queste vicende dopo le prime analisi degli anni ’70 e ‘80. Pensando a quei tempi forse la prima generazione era oramai intrappolata nell’analisi degli stili fondamentali mentre i più giovani tentavano una maggiore costruzione estetica, linguistica ed architettonica che si è realmente riconosciuta verso la fine degli anni Ottanta. Ma in quegli anni stava già accadendo qualcosa d’altro nel più generico panorama artistico (con un forte rientro del post concettuale) lasciando alla deriva tutte quelle nuove soluzioni che andavano invece affrontate nei tempi giusti. Gli artisti sono andati perciò per la loro strada, mentre la pittura, diciamo più tradizionale, si è buttata verso altre soluzioni.

CM: I fattori che indichi possono essere inseriti, insieme ad altri, in una risposta che deve necessariamente tenere conto di diverse concause che producono un unico effetto. All’elenco da te riportato si può aggiungere il fatto che per la critica il capitolo “Graffitismo” potesse essere concluso negli anni ’80 (si vedano i capitoli dedicati nei principali manuali in circolazione) o, che l’ondata di pratiche neo concettuali, di ripresa del performativo abbia caratterizzato la decade in questione o, ancora, che il graffiti writing sia stato spesso etichettato come forma di espressione giovanile. Nonostante questo, oggi sappiamo e costatiamo che il movimento non ha avuto battute d’arresto, anzi, negli stessi anni ’90, nella seconda metà in particolare, si raggiungono alcuni degli esiti più alti per quanto riguarda l’Europa. E, infine, è necessario anche notare che i tentativi di riscoprire il fenomeno e gli artisti che si sono susseguiti negli anni ’00 - anche con grandi esposizioni di carattere museale come Street Art Sweet Art (PAC, Milano, 2007) o Scala Mercalli (Auditorium Parco della Musica, Roma, 2008) - non hanno fornito letture storiche o analisi stilistiche approfondite.

 

Negli ultimi anni, si è però visto rinascere un interesse critico per questi movimenti. Si tratta di qualcosa che rimane ancora ai margini di un più ampio dibattito sulle pratiche artistiche contemporanee. Alla fine di luglio avete ospitato a Bologna Poesia, l’ispiratore di Graffuturism. Che cosa è nato da questo incontro?

FN: Abbiamo chiamato Poesia non tanto per Graffuturism, ma perché è stato uno dei precursori negli anni ‘90 di quella linea astrattiva che abbiamo voluto mettere sotto i riflettori in questa edizione di Frontier. Ma non bisogna dimenticare che dal 2004 al 2008, Poesia si è fermato e si è messo a fare altro e che, quando ha ripreso a dipingere, lo ha fatto con una maturazione completamente diversa. E’ a questo punto che parte Graffuturism.
Gli scambi che abbiamo avuto ci hanno permesso anche di chiarire definitivamente che Graffuturism non ha nulla a che fare con il nostro Futurismo. Il futurismo a cui fa riferimento è più inteso come termine che come concetto. “Futurism” è un termine che ha più a che vedere con futuribile che con il Futurismo.

CM: La cosa che mi ha più colpito nella sua recente evoluzione è il tentativo di portare sul muro la ricerca pittorica che sviluppa in studio su tela e su carta. Può trattarsi di un percorso già tracciato, ma è invece agli antipodi dell’approccio del graffiti writer che nella maggior parte dei casi porta su tela (o su altre piccole superfici) la ricerca che sviluppa su muro.
Rispetto a Graffuturism, credo si tratti di uno dei primi tentativi di abbattere le barriere nazionali, continentali per tracciare il progresso di una linea di ricerca che va oltre steccati e definizioni (ed è anche un titolo accattivante per un blog). L’idea di costituire un network che favorisse scambio e discussione è stata vincente.
Oggi, in un momento in cui l’informazione e la divulgazione risultano addirittura eccessive, c’è una richiesta continua di uno sguardo critico, che possa fungere da stimolo per l’evoluzione delle ricerche individuali e collettive, questo è uno dei motivi per cui Frontier ha voluto dare voce ai protagonisti.

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