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Kidult: e adesso?

Il writer francese è uno dei nuovi fenomeni della rete, grazie ad una serie di video e di tweet fotografici che lo ritraggono mentre vandalizza, a colpi di estintore, le vetrine dei negozi di alcune marche d'abbigliamento ree di essersi appropriate della street art a fini commerciali.

Di Kidult si parla e si straparla. Di Kidult scrivono tutti i siti specializzati. Pochi però fino ad oggi hanno veramente osato schierarsi e dire apertamente cosa pensano dei suoi interventi.
Mettiamo subito in chiaro un punto: riconosco il suo talento nell’uso dell’estintore. Per precisione del tratto e scelta dei colori, pochi riescono a tenergli testa. Sono invece più scettico rispetto alla sua difesa ad oltranza del mito della street art come una forma d'arte puramente vandalica, perché, a voler essere per forza vandalica, la street art rischia a mio avviso di perdere quella libertà che da sempre la contraddistingue. La libertà sta in quel che si fa, non in come lo si fa. Imponendosi di essere vandalico a tutti i costi, Kidult riduce il proprio margine di libertà.
Il richiamo di Kidult a una mitica età dell’oro della street art e la sua guerra contro le marche sono un chiaro esempio di questo fenomeno. Rimpiangere un passato glorioso – sempre che quel passato sia veramente esistito – non mi sembra un atteggiamento in linea con una forma d’arte che pretende di rompere gli schemi del presente e dettare quelli del futuro. Inoltre, attaccare le marche, come hanno già fatto Ron English e Zevs, per quanto fondamentale, richiede, oltre al talento artistico, anche la capacità di prevedere la reazione dell’avversario. Altrimenti, ci si ritrova spalle al muro, come Kidult in questi giorni.

Riassumo la storia per chi non la conosce. L’8 maggio, Kidult posta su twitter una foto del suo attacco alla boutique di Marc Jacobs a New York. Convinto che la street art non è arte ma vandalismo, Kidult scrive la parola ART sulla facciata del negozio, per sfottere chi, come Jacobs, difende oggi a fini di lucro il valore artistico della street art. Sorge però un imprevisto, perché anche Marc Jacobs rivendica in contemporanea la paternità dell’azione su twitter e annuncia l’imminente messa in vendita a 689 $ di una maglietta con la foto del negozio imbrattato. Jacobs firma inoltre la sua maglietta “Art by Art Jacob$”, mettendo così a nudo Kidult ed accusandolo apertamente di essere lui a voler lucrare sulla street art.

Il 15 maggio, Kidult rivendica a sua volta la paternità dell’azione, mettendo in vendita sul suo sito a 6,89 $ una maglietta che lo ritrae mentre dipinge con l’estintore la vetrina di Jacobs. Sotto la fotografia, Kidult ribadisce il proprio credo e scrive “Not Art by Kidult”, ma ormai è troppo tardi. Quell’azione fulminea che doveva portare al ko definitivo dell’avversario si è rivelata un flop. Il writer violento e vandalico che voleva terrorizzare i marchi della moda somiglia, tutto d’un tratto, a quei criminali che per anni hanno affrontato Bud Spencer, riempiendolo di pugni senza scalfirlo e volando invece via alla prima sberla.

Per quanto si sia oggi trasformato in una farsa, il caso di Kidult è tuttavia importante, perché dimostra quanto sia difficile confrontarsi con le marche che si appropriano del linguaggio della street art. Non basta più pianificare nei minimi dettagli le proprie azioni, come faceva Zevs. Bisogna anche prevedere e anticipare le reazioni del proprio avversario.

PS: Fry mette a vostra dispozione anche una via di mezzo. Con soli 35 $, potete comprarvi la maglietta rosa di Jacobs riprodotta su una maglietta Bianca.

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