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Is Your Child A Tagger?

 

"Tagging is not an art form or about expressing oneself.  It is vandalism and the destruction of private and public property.  Tagging is any unauthorized marking, etching, scratching, drawing, painting or defacing of any surface of public, private, real or personal property.

Tagging causes blight in our community resulting in a genuine threat to the quality of life, incalculable economic losses to businesses, and can lead to the general deterioration of the area in which you live or work.  The eradication of graffiti is a huge drain on the City’s resources in both cost and manpower.  In most cases, the difference between graffiti being art or a crime is PERMISSION!".

E' con queste parole che la città di Santa Ana nel distretto di Downtown Orange, non lontano da Los Angeles, presenta la propria strategia di repressione dei graffiti, che si sviluppa attorno a tre punti cardine:

1) Fermarli da piccoli, individuando i writers quando sono ancora adolescenti, grazie anche all'aiuto dei loro genitori (vedi l'immagine qui sopra).

2) Una Graffiti Task Force, composta da tre poliziotti, che opera secondo delle logiche ben precise, che potete leggere qui.

3) Delle ricompense di 500 $ per tutti colori che denunciano un writer. L'immagine qui sotto testimonia la chiarezza della campagna di promozione di questa iniziativa.

 

 

Quel che più sorprende un occhio abituato alle politiche di repressione europee è pero' il grafico che mostra il percorso che un writer deve affrontare dopo il suo arresto.

 

 

La durezza delle politiche antigraffiti in America ed, in particolar modo, in California devono tuttavia essere contestualizzate. La comparsa del writing a Los Angeles, negli anni '40 del '900, è legata al controllo del territorio esercitato dalle gang. François Chastanet ha ricostruito questo fenomeno nel suo libro Cholo Writing: Latino Gang Graffiti in Los Angeles (Dokument Press, 2009). Qui di seguito, un'intervista (in francese) rilasciata in occasione dell'uscita del suo libro:

 

 

Ricerche come quelle di François Chastanet permettono di capire che, se il writing newyorkese si è stilisticamente sovrapposto a partire dagli anni '70 alle forme autoctone in California, non ha pero' modificato lo sguardo portato sui graffiti dai cittadini che vivono in quelle città. La repressione a tutti i costi appare quindi, in questo caso specifico, il frutto di un'abitudine a percepire il writing come un segno del controllo criminale sul territorio.

Tuttavia, le conseguenze di questa paura dei graffiti sulla produzione dei writers californiani non sono solo negative e la più interessante in questo senso sembra essere la scelta di Saber di confrontarsi con il cielo come con qualsiasi altra superficie da taggare. Nel settembre 2011, Saber ha taggato il cielo sopra Los Angeles, assieme ad altri writers californiani, per protestare contro la moratoria antigraffiti imposta dal sindaco della sua città. Juxtapoz aveva dato ampio risalto alla loro iniziativa. A fine settembre di quest'anno, Saber ha invece invaso da solo il cielo sopra Manhattan con la scritta #DefendTheArts, per mettere in guardia gli americani contro i tagli alla cultura proposti da Mitt Romney. Un articolo pubblicato da Brooklyn Street Art ricostruisce nei dettagli questa azione.

Se consideriamo che, mentre Saber si dedicava ai cieli americani, Space Invader invadeva il mare che lo spazio, appare insomma evidente che la street art non deve più essere repressa indiscrinatamente, perché è un fenomeno che contribuisce, più di molti altri, ad una ridefinizione del concetto di spazio pubblico.

 

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