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Corti circuiti

Metto da parte la mostra – non è questo il momento di parlarne – e mi concentro invece su una delle principali idee con le quali mi sono dovuto confrontare, perché sono stati in tanti a chiedermi che senso ha portare in spazi chiusi una forma d’arte che è nata in strada e che rivendica in continuazione il proprio orgoglio urbano? La street art deve stare in strada perché cosi dice il nome stesso che si è data: questa è la principale recriminazione di un pubblico di non specialisti quando vede gli street artists costretti dentro la superficie di un semplice quadro.
Non mi interessa qui stabilire chi abbia ragione in questo dibattito. Ognuno è libero di elaborare il proprio giudizio estetico come meglio crede. Quel che mi sembra interessante in quest’obbiezione è però il fatto che chi crede che la street art non debba mai oltrepassare la soglia di una galleria o di un museo, non applica esclusivamente dei parametri estetici per giudicare la street art.
Mi spiego meglio. Esistono vari modi di giudicare un’opera di Pablo Picasso, tanto più se si tratta di un dipinto politicamente impegnato come Guernica. L’approccio più classico – e, in genere, il più atteso dal pubblico – è quello che mira a valutare il valore estetico di un’opera e a determinare, in pratica, perché questa merita di essere ammirata. Altri tipi di analisi possono però sovrapporsi a questo primo giudizio. Posso, ad esempio, compiere delle ricerche per capire se esistono delle corrispondenze tra il pensiero politico di Picasso e il suo operare artistico. Nel caso di Guernica, l’equazione è perfettamente riuscita: apprezzamento estetico e politico si rafforzano a vicenda.
Come pormi, però, di fronte ad opere che apprezzo esteticamente, anche quando disdegno politicamente il loro autore? Pensate a qualsiasi dipinto realizzato da pittori che hanno sostenuto i regimi dittatoriali europei della prima metà del ‘900 – a me viene in mente La marcia su Roma di Giacomo Balla – e vi renderete conto che, in questi casi, il giudizio politico negativo non influenza il vostro giudizio estetico positivo. Reazioni simili sono assai probabili se pensate anche a opere di grandi artisti che hanno compiuto gesti eticamente disdicevoli. Il binomio estetico-politico diventa in questo caso estetico-etico, ma il risultato è sempre lo stesso. Apprezzerete l’opera, nonostante il giudizio eticamente negativo che avrete dell’artista che l’ha realizzata, perché il vostro giudizio estetico tende a rivendicare la propria indipendenza rispetto a qualsiasi altro parametro.

 

 

Chi giudica negativamente gli street artists perché non lavorano solo in strada rinuncia quindi pro tempore all’autonomia del proprio giudizio estetico. Non le accorda più lo stesso valore e sottomette i propri criteri estetici a parametri geografici.
Come scrivevo più sopra, non mi interessa contestare questo approccio, anche se di per sé mi pare illogico. Mi basta segnalare l’esistenza di questo frequente corto circuito critico nell’analisi della street art in versione indoor.

 

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Corti circuiti

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In questi giorni, ho avuto più volte occasione di parlare di street art con critici di arte contemporanea, collezionisti o gente comune in occasione di una mostra, One way to Rome, che ho organizzato in Basilicata nell’ambito di Artekne.

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Il Segreto

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Le film de Cyop & Kaf enfin disponible en DVD...

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