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Arte urbana e musei

 

Il mese scorso, il Mana Contemporary di Jersey City (New Jersey) ha annunciato che presto aprirà i battenti il nuovo Mana Museum of Urban Art. 100.000 metri quadri di spazi espositivi ricavati all'interno di una vecchia fabbrica del ghiaccio e dedicati alla street art e ai graffiti. Una scelta importante ed epocale, se pensiamo che si tratta del primo sito museale al mondo interamente progettato per contenere opere di arte urbana. Un vero e proprio museo, che avrà una raccolta permanente, un allestimento semi-permanente sulle pareti esterne della struttura e la programmazione ciclica di mostre negli spazi interni.

Quella del Mana non è una scelta casuale o esclusivamente dettata dalle tendenze contemporanee. Il Mana è infatti un centro polivalente per l'arte – una grande piattaforma culturale di oltre 2 milioni di metri quadri che comprende molti studi d'artista, gallerie, spazi espositivi, un teatro, un laboratorio serigrafico, una fonderia ed alcuni studi di danza. Il suo fondatore e direttore esecutivo, l'artista Eugene Lemay, è stato riconosciuto come una delle 100 personalità più influenti nel mondo dell'arte a livello internazionale (Indagine Art + Auction del 2013). Lemay, un fotografo di matrice astratta, tre anni fa ha avuto la bella idea di rivalutare un ex-complesso industriale a Jersey City, che ben presto è divenuto un vero e proprio hub per l'arte contemporanea, un insediamento artistico per certi versi addirittura autosufficiente. Dentro ci sono circa ottanta luminosi monolocali ed un'avanzata offerta di servizi per l'arte. Cornici, casse, gestione dei prestiti e delle raccolte, servizi al collezionista. Ma non finisce qui, il Mana ha anche una succursale a Chicago e prevede di aprirne presto un'altra a Londra.

In questa cornice si inserisce il nuovo Mana Museum of Urban Art, che vedrà la luce a settembre 2014 nei locali di 581 Monmouth Street, vicino all'Holland Tunnel di Jersey City. Ed ancora più sorprendente è scoprire i nomi dei curatori a cui Lemay ha affidato l'impresa. Non sono stati scelti manager, critici d'arte o professionisti del mondo museale, bensì due veri addetti ai lavori.
Logan Hicks e Joe Iurato sono due figure importanti nella scena della street art statunitense. Hicks è uno dei pionieri della stencil art, uno splendido 43enne di Baltimora che vive e lavora a New York. A lui si deve una parte importante della ricerca sulla resa estetica degli stencil multi-layer. Iurato invece è più giovane e si è fatto conoscere negli ultimi anni per le sue installazioni urbane. Persone comuni che popolano le strade e interagiscono con l'arredo urbano, realizzate attraverso sagome di cartone tagliato a mano e dipinto a spray.

Proprio in questi giorni sono partiti i lavori di ristrutturazione del MMUA e nella mente di Logan Hicks e Joe Iurato sta prendendo forma l'intero progetto. Da subito (luglio/agosto 2014), una serie di lavori appositamente commissionati sulle pareti esterne del museo, lavori fatti per durare. Poi da settembre al via il cartellone delle mostre all'interno, a cui si affiancheranno gli interventi periodici su un grande pannello esterno.
Un palinsesto corredato di programmi educativi ed interventi di sensibilizzazione rivolti alla comunità, che possa stimolare studenti e giovani artisti. Nel medio-lungo periodo infine, la volontà di costruire una collezione permanente di opere originali ed un valido archivio in grado di catalogare e conservare documentazione di importanti opere di street art effimera.

Insomma, Lemay potrebbe aver azzeccato la strada giusta. Per favorire l'ingresso dell'arte urbana nei musei, è necessario cercare di ricreare alcune delle condizioni della strada. Dare quindi potere decisionale agli stessi artisti, cercando di limitare al minimo il filtro delle istituzioni. D'altronde, come dice Iurato, “si tratta di comunità, di radici, e di diventare un catalizzatore per futuri artisti. Il Mana si avvicina questo progetto con l'integrità e il rispetto che queste forme d'arte meritano".


Tutt'altra cosa rispetto alla mostra Art in the streets, andata in scena al MoCA nel 2011. In quell'occasione il curatore Jeffrey Deitch volle mettere per davvero l'ultima parola su alcuni dei lavori realizzati dagli artisti invitati, arrivando a censurare l'intervento di Blu sulle pareti esterne del museo californiano. Evidentemente in quell'episodio non c'era stato un gran coinvolgimento della comunità degli abitanti del quartiere, visto che lo stesso Deitch aveva censurato il pezzo di Blu (una lunga 'stenderia' di bare ricoperte dalla bandiera americana) ritenendolo preventivamente  oltraggioso nei confronti di una casa di riposo per veterani di guerra presente nei dintorni.

 

L'intervento di Blu a Los Angeles prima della censura di Jeffrey Deitch

 

La mostra al MoCA non si esaurì certamente in questo episodio – il geniale allestimento di Banksy ad esempio lasciò il segno, e registrò anche ottimi incassi. Di certo Deitch ha avuto il grande merito di accendere i riflettori, alzando la temperatura, sulla street art. Da allora sono passati ormai tre anni e la situazione è in continua evoluzione. Pochi possono permettersi, come era riuscito a fare il maestro inglese, di esporre dentro ad una vera e propria pinacoteca smontando e ricreando in una sopraffina operazione site-specific un'intera collezione (Banksy Vs Bristol Museum, 2009). O magari di utilizzare l'intera città di New York come un'enorme museo a cielo aperto, una grande cornice interattiva per fare arte urbana divertendosi e sovvertendo le dinamiche del mercato e della logica (Better out than in, 2013).

Una cosa è certa, l'attenzione delle istituzioni museali americane (ed in particolare newyorkesi) verso la street art non è mai stata così alta. Abbiamo assistito in contemporanea alla demolizione di 5 Pointz, il tempio dei graffiti nella Grande Mela, ed oggi assistiamo all'ingresso della nuova generazione di urban genious nei musei – operazione che sta cominciando a portare i suoi buoni frutti anche a livello creativo. Basti pensare all'enorme albero-scultura installato da Swoon al Brooklyn Museum per la sua personale Submerged Motherlands, in corso fino a fine agosto o a City as Canvas - opere fra gli altri di Keith Haring, Lee Quiñones, Lady Pink e Futura 2000, provenienti dalla  Martin Wong Collection, visitabile fino a settembre al Museo di New York. Infine, nella Grande Mela c'è spazio anche per una ricognizione documentaristica nel mondo dei graffiti legati al train bombing con Moving Murals: Henry Chalfant & Martha Cooper’s All-City Graffiti Archive (in corso fino al 10 luglio alla City Lore Gallery) e, dulcis in fondo, a una selezione di Street Art made in Italy curata da Simone Pallotta di Walls. From Street to Art | The first overview of italian urban artists in NY, inaugurata ieri, rimarrà aperta fino al prossimo 20 agosto presso l'Istituto di Cultura Italiano di New York.

 

Lorenzo Mazza

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