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America Primo Amore

 

Gli italiani sono stati tra i primi europei a scoprire, scrivere e fotografare i graffiti di New York, fin dai primi anni '70. Graffiti a New York di Andrea Nelli, recentemente ristampato da Wholetrain Press, o ancora New York di Goffredo Parise, sono gli esempi più conosciuti di questo "amore" per i graffiti. Non a caso, ho dedicato a entrambi un focus in Crossboarding, il libro che ho scritto nel 2014 per condivedere con un più largo pubblico le mie ricerche sulla storia e sulla storiografia dei graffiti e della street art.

In questi ultimi giorni, mi è ricapitato tra le mani un romanzo di Mario Soldati, Lo Smeraldo, il cui primo capitolo intitolato Un incontro a Fifth Avenue, avrebbe forse meritato di far parte di Crossboarding. Lo avevo escluso, perché si trattava di un romanzo e perché il passaggio dedicato ai graffiti è piuttosto breve. Rileggerlo mi ha comunque dato voglia di segnalarlo. Qui sotto, ho trascritto solo le parti consacrate ai graffiti, ma chi vuole puo' trovare un estratto più lungo su Google Books.

 

Nel leggere queste righe, tenere a mente che Lo Smeraldo viene pubblicato per la prima volta nel 1974, ossia a qualche mese di distanza solamente da The Faith of Graffiti di Normal Mailer e da Kool Killer di Jean Baudrillard, mentre i libri di Nelli e Parise escono rispettivamente nel 1978 e 1977.

 

"Naturalmente, avevo sentito parlare dei cosiddetti graffiti, i grandi disegni colorati, astratti e figurativi, di cui gli hippies decorano i muri del subway. E nei rotocalchi avevo visto riproduzioni più che sufficienti, credevo, a darne l'idea. Ma fotografie e film documentari non bastano a suggerire il terrore che si prova sotto un bombardamento o in un terremoto. Cosi, nessuno puo' immaginarsi i graffiti finché non scende nel subway di New York. Tutte, letteralmente tutte le pareti delle stazioni sotterranee e tutte le lamiere esterne dei vagoni sono ricoperte per intero di quegli arabeschi e di quelle figure che qualcuno, con inesattezza tecnica, ma con funebre felicità poetica, quasi pensando alle scoperte archeologiche di un futuro post-apocalittico, ha giustamente battezzato graffiti.

Colori vivissimi, rossi, gialli, violetti, azzurri, verdoni, arancioni: colori acrilici, distesi con pennellesse che dovettero essere impugnate a due mani, e che lasciarono ovunque le impronte striate delle loro matasse di nylon: masse serpeggianti, tortuose, angosciose, nei cui viluppi mostruosi e circonvoluzioni inconsapevolmente enigmatiche è possibile decifrare qua e là cubitali scritte in slang, esclamativi come clave giganti, interrogativi come corpi di pitoni, enormi nudità, o vaste porzioni di nudità, volti e natiche, braccia e gambe, seni, mani, piedi, smisurati occhi e sfinteri, colossali organi genitali di ambo i sessi. L'impressione generale, definitiva, memorabile, è un caos di budella, di trippe, di viscere di membra umane: come se la popolazione di Manhattan si fosse un giorno fusa in un unico corpo, e una commissione di chirurghi efferati e deliranti avesse proceduta a una furibonda, finale vivisezione. Nel loro insieme,  i graffiti del subway potrebbero essere definiti un affresco apocalittico delle viscere di New York: o anche l'ultima versione del Giudizio Universale di Michelangelo, ma senza impalcature gerarchiche, senza figura di speranza, soprattutto senza il dominante Cristo".

Dopo questa prima descrizione di carattere generale dei graffiti, ce n'è un'altra più diretta, che testimonia il ruolo dei graffiti nell'immaginario del viaggiatore che sale sulla subway:

"Scesi alla prima fermara, mi ritrovai nella folla tumultuante e fuggiasca. Scrutavo i cartelli, cercavo con lo sguardo un impiegato del subway a cui ricorrere. Vidi lontano un funzionario col berretto rosso e la visiera lucida. Corro da lui. E' un mulatto anziano, alto, magro, elegante, inguantato, dignitoso, serissimo. Mi dà minutamente e rapidamente le indicazioni necessarie, di cui capisco bene solo la prima. Scendo di un altro piano. Il mio treno parte proprio in quel momento: non faccio in tempo a prenderlo: me lo impedisce la folla che, intanto, dalla parte opposta della stessa banchina, è inghiottita da un altro treno, che invece va in up town. I graffiti dei vagoni mi sfilano davanti. Ecco, ancora, i graffiti dei muri. Ora, di colpo, sono assolutamente solo nella cavità immensa, vuota, illuminata a stento da fanali giallastri, di un lunghissimo parallelepipedo che coi suoi graffiti sfuma e si perde verso la buia bocca del tunnel. Attendo la gente che non potrà tardare.

Se oggi, a New York, come tutti dicono, si verificano continuamente aggressioni in pieno giorno, in strade affollate, sotto gli occhi di passanti che non osano intervenire e perfino di poliziotti che fingono di guardare da un'altra parte, penso come sarebbe facile essere assaltato qui, adesso, mentre mi trovo solo nel subway deserto.

Una paura assurda! Cosi mi dissi, e cercai di superarla guardando la figura sul graffito più vicino. Ma, evidentemente, la guardavo pensando ad altro perché non me la ricordo. Ricordo solo che c'era, sopra, una scritta: due o tre parole tracciate a lettere enormi, incerte, piene di sbavature, che non riuscivo a decifrare. Senonché, a un certo momento capii: erano caratteri cirillici! Li conosco un po', cominciai a compitarli, ma tosto rinunciai."

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