LeGrandJeu

Loading slider...

1984/2014 | Arte di Frontiera: 30 anni dopo

 

Ringraziamo Alessandra Ioalè per averci proposto di pubblicare su Le Grand Jeu questo suo contributo dedicato dall'autrice a Duke1, che festeggia quest'anno i suoi trent'anni di attività nel Graffiti Writing.

Le fotografie riprodotte qui sopra sono una selezione delle opere esposte alla Galleria d'Arte Moderna di Bologna (oggi MAMbo), in occasione della mostra Arte di Frontiera. New York Graffiti (© Grog, Pisa).

 

Quest’anno si celebrano i 30 anni di Arte di Frontiera. New York Graffiti, la mostra che nel 1984 portò per la prima volta in Italia una ricca collettiva di artisti e graffiti writers newyorkesi. Questo progetto era il frutto delle ricerche di Francesca Alinovi (1948-1983), critica d’arte dallo stile raro, distaccata e allo stesso tempo protagonista partecipe delle vicende artistiche della scena bolognese. L’anno scorso, nel trentennale della sua prematura scomparsa, le sono state dedicate una mostra – Indagini di Frontiera (Bologna, MAMbo) –, composta essenzialmente da documenti, e un documentario – Off-Identikit, a cura di Veronica Santi –, che ne ricostituisce il profilo grazie alle testimonianze di alcune personalità della scena artistica newyorkese che la conobbero. Arte di Frontiera. New York Graffiti era, infatti, il frutto delle esperienze che Francesca Alinovi aveva maturato in occasione di due viaggi a New York, dove aveva scoperto una situazione fervida e multiculturale “lungo le zone situate ai margini geografici di Manhattan”. Due suoi articoli – "Arte di Frontiera" (Flash Art, 107, febbraio-marzo 1982, p. 22-27) e "Lo slang del Duemila" (Flash Art, 114, giugno 1983, p. 20-31) catturarono le potenzialità di questo ambiente. Cerchiamo perciò di fare luce su ciò che Francesca Alinovi vide concretamente durante i suoi soggiorni a New York.

 

Dal CoLab al Time Square Show

Visitò, soprattutto, il South Bronx e il Lower East Side di Manhattan, dove si era sviluppata una scena alternativa all’art system dei quartieri più ricchi. Qui incontrò quell’avanguardia che dissotterrava “la sua ascia di guerra” e batteva “il tam tam lungo le linee di frontiera di Manhattan”, le cui radici teorico-pratiche stavano nell’azione di una quarantina di artisti del gruppo CoLab (Collaborative Projects Inc.), operativo a Tribeca dalla fine dei ’70. Sempre qui vide l’arte dei “nuovi kids di New York”, portata alla ribalta dall’interesse pubblico e da un dilagante dissenso del parere/potere critico. Di CoLab facevano parte artisti come Charlie e John Ahearn, Diego Cortez, Stefan Eins e Joe Lewis. Alan Moore, uno dei suoi fondatori, scriveva di CoLab: “when the baby boom generation, schooled on the highly publicized art of the previous decade, flooded the artworld, they found that things weren't so open. […] this new generation confronted a market fixated on the past, an emphasis on non-commodity art, and a propensity for new and expensive media” (The ABCs of ABC No Rio And Its Times, 1985). L’intento principale di questi artisti, tenuti ai margini dal circuito commerciale dell’arte e guidati dal desiderio di creare un’arte accessibile a tutti, era quello di creare una scena alternativa in cui proporre opere a basso costo in contesti espositivi capaci di ridurre il divario tra arte e pubblico. (ABC No Rio Dinero: The Story of a Lower East Side Art Gallery, 1985).

Stefan Eins, che gestiva il 3 Mercer Street Store, un piccolo negozio a SoHo, condivideva l’etica di CoLab. Nel novembre del 1978, decise quindi di trasferirsi nel South Bronx per fondare Fashion Moda e mescolare con lungimiranza i giovani artisti di Downtown Manhattan con gli stili della zona in cui era situata la sua galleria tra cui, ovviamente, il Graffiti Writing ("Enter The Anti-Space", Village Voice, 5, 1980, p. 40).

 

Jane Dickson & Charlie Ahearn, Times Square Show Poster, 1980

 

Parallelamente, gli artisti del CoLab si mossero anche nella scena dei clubs, inaugurando un mix atipico di mostre/spettacolo a tema come The Dog Show. Ottennero talmente tanto successo, che accelerarono il processo di gentrificazione in corso nella zona di Tribeca e contribuirono al loro stesso sfratto dagli immobili che affittavano. Per reagire a questa dinamica, il CoLab si ispirò allora al modello di collaborazione con i residenti e con gli artisti locali sperimentato da Fashion Moda e organizzò due grandi esposizioni/evento, come l’emblematico Time Square Show che si tenne in un edificio abbandonato nei pressi dell’omonima piazza nell’estate del 1980 (ABC No Rio Dinero, 1985). Alla mostra, cui prese parte anche Fashion Moda, poteva partecipare chiunque volesse esporre le proprie opere e contribuire a mettere in discussione il sistema di potere fondato sul controllo della proprietà. Fu in quest’occasione che Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Kenny Scharf comparvero per la prima volta affianco a Fab Freddy 5 e Lee Quinones, che erano stati invitati da Charlie Ahearn per dipingere un murales all’esterno dell’edificio occupato. Grazie al lavoro svolto da Eins e dagli artisti del CoLab, la mostra divenne un esempio sia per quanto riguarda la comunicazione, che permise di raggiungere un pubblico eterogeneo, sia per il principio di far collaborare diversi artisti al raggiungimento di un unico obiettivo. Il Time Square Show fu “a month-long party, business enterprise and loosely curated exhibition of art, film, fashion and exotica. […] A challenge to dealers and curators of advanced art who continue to feel that the discreet display of a few pieces in an elegant gallery is enough. But it was even more of a challenge to artists who think that their work stops when a piece leaves the studio, and who leave its presentation to others. Art must come to be marketed with the kind of imagination displayed by this exhibition's organizers” ("Report from Time Square", in Art in America, 1980 pp. 58-63).

 

Fashion Moda

Proprio quell’anno, però, il CoLab iniziò a smembrarsi e molti degli artisti che ne facevano parte si spostarono nel Lower East Side, creando le premesse per la fondazione di ABC No Rio nell’East Village (la parte più a Nord del Lower East Side). Tutto ciò, mentre Fashion Moda diventava la fucina di una nuova comunità artistica pronta a sviluppare una tendenza estetica multiculturale e politicizzata. La stampa intuì le dinamiche in corso: “its success stems from a genuine mesh of its own interests and those of its audience, and it avoids ‘cultural imperialism’ by respecting itself as well as its audience” ("Real Estate and Real Art a la Fashion Moda", Seven Days, 1980). In quei mesi, Eins, il fondatore di Fashion Moda, assunse l’artista di colore Joe Lewis come co-direttore “to avoid establishing a cultural hierarchy where in the white gallerist attempts to speak for a non-white public” (American Graffiti, 2009, p. 74). Furono anche scelte come questa che permisero alla galleria di “create a bridge that joined the downtown art scene with distinctively different cultural trends in the Bronx and outer boroughs… John Ahearn's painted plaster casts of South Bronx residents... Charlie Ahearn's independent film Wild Style captured the spirit of the nascent South Bronx hip-hop scene and helped launch art careers for graffiti artists” (ABC No Rio Dinero).

 

John Ahearn & Rigoberto Torres preparano i calchi in gesso della South Bronx Hall of Fame da Fashion Moda, 1979

 

Proprio in occasione dei sopralluoghi per il film Wild Style, Eins conobbe Crash, un giovane writer del Bronx, con la collaborazione del quale organizzò, nell’autunno dell’80, Graffiti Art Success for America, una collettiva storica. Crash, su suggerimento di Eins, presentò, per la prima volta, une selezione di opere di graffiti writers come Lady Pink, Noc167, Kel 139, Mitch 77, Lee e Zephyr, insieme ad altri artisti del centro, come John Fekner, legittimando la presenza e il lavoro dei graffiti writers e decretando il successo della mostra (American Graffiti, 2009, pp. 80-86). Si concretizzò così quel ponte di scambio tra graffiti writers e artisti legati a realtà come CoLab e ABC, operanti nell’East Village, che si rivelò positivo per la crescita artistica dei “kids” e spalancò ad alcuni la strada a nuove prospettive di studio – “Graffiti artists made their transition from subways to canvas here. Jenny Holzer and Lady Pink collaborated…” (S. Hoeltzel, Lehman College Art Gallery) – e a nuove mostre, come la collettiva New York/New Wave organizzata all’inizio del 1981 e curata da Diego Cortez, alla quale presero parte anche Basquiat, Haring e Scharf.

 

L’East Village Art Explosion

Diego Cortez era anche il direttore artistico del Mudd Club nel cuore dell’East Village, ovvero del palcoscenico per antonomasia della New Wave. In questo locale, Keith Haring curò, assieme a Fab Freddy 5 e a Futura 2000, Beyond the words, una mostra che “represented a pivotal moment of the exciting new hip hop movement… when Fab 5 asked Dj Africa Bambaataa to perform at the opening... the birth of an era” (Dondi White, 2001, p. 152-154).
È in questo contesto che il nome SAMO (alias J. M. Basquiat) comparve per la prima volta al fianco di nomi più o meno noti dell’old school, come Eric Haze e Dondi White, in opere realizzate a spray che sviluppavano tematiche diverse (American Graffiti, 2009, p. 109-116). “This is when and how Basquiat got lumped in with graffiti, at this show. People had to look at this sprawling thing and call it something. They tried ‘street art’, but it didn’t stick, and ‘graffiti’ was a term that nobody liked, but it was a tag that you could place on it” (Aerosol Kingdom: Subway Painters in New York City, 2002, p. 168).

 

Keith harind & Patti Astor alla Fun Gallery

 

Tutto ciò, insieme all’ondata di gallerie d'arte che aprirono in questa zona, determinò la cosiddetta East Village Art Explosion. Fun Gallery fu la prima che inaugurò nell'autunno del 1981 e che, seguendo l’esempio di Fashion Moda, si propose come il punto di riferimento commerciale negli USA per il Graffiti Writing (Fun Gallery, 2012). “The curatorial logic … was more social than aesthetic: Basquiat, Haring, Scharf and the writers appeared in the same art shows because they were regulars at the same downtown gathering spots” (American Graffiti, 2009, p. 87). La direttrice, Patti Astor, iniziò a lavorare con una piccola cerchia di graffiti writers del quartiere, che aveva conosciuto sul set del film Wild Style. Tra il 1982 e il 1983, la Fun Gallery supportò artisti e graffiti writers del Lower East Side, mentre Fashion Moda continuò a rappresentare solo graffiti writers del Bronx affianco a nomi come Rammellzee, che vi realizzò una mostra incentrata sul Panzerismo Iconoclasta a cui presero parte anche A-One, B-Koor C-Toxic. Queste dinamiche influenzarono a loro volta altri galleristi come Tony Shafrazi e il tedesco Yaki Kornblit, che aprì poco dopo la sua galleria ad Amsterdam (American Graffiti, 2009, p. 143,151,152).

 

Dai graffiti al Post-Graffiti

Oltrepassando “le frontiere geografiche di Manhattan e conquistando l’isola del dollaro”, i kids entravano dunque nelle gallerie imprimendo il loro taglio agli openings, che diventavano “dei mini-festival delle arti slum con ondeggiamenti ritmici di sneakers che si agitano a passo di smurfin’ e electric boogie…”, in cui “i visi pallidi e la biondissima Patti annegano in un mare di colore” (Arte di Frontiera. New York Graffiti, 1984 p. 27-28). Diventavano artisti riconosciuti, autori di tags celebri che garantivano il codice di accesso all’arte dei graffiti. Era lo “slang del 2000” che “spezza le linee di associazione pattuite dai regolamenti della comunicazione ufficiale” (Arte di Frontiera. New York Graffiti, 1984, p. 27).

Tuttavia, emergeva in quegli stessi “kids” una tendenza ambivalente perché “insozzano di segni e graffiti la città, ma si presentano in bella mostra anche nelle gallerie, e attraversano come bande guerriere i quartieri più luridi di New York partecipando poi ai parties più eleganti”. (Arte di Frontiera. New York Graffiti, 1984, p.13) Un’attitudine sposata anche da “artisti ‘bene’, […] artisti bianchi insomma, che per scelta culturale hanno deciso di accumunare la loro sorte a quella degli emarginati per scelta naturale” (Arte di Frontiera. New York Graffiti, 1984, p. 28). Come due facce di una stessa medaglia: da un lato, “i neri […] hanno conquistato per la prima volta nella storia anche il mondo dell’arte” (Arte di Frontiera. New York Graffiti, 1984, p. 28), ponendo il movimento dei graffiti in primo piano, dall’altro, la critica accusava i graffiti writers di aver perso la vera essenza della loro arte nel momento in cui l’approdo su tela delle tags mancava di originalità.

 

Tony Shafrazi al momento del suo arresto nel 1974, dopo aver dipinto con una bomboletta spray la frase "KILL LIES ALL" su Guernica di Picasso

 

Lo snodo critico legato all’arrivo del Graffiti Writing nelle gallerie stava prendendo forma. Nel 1983, il gallerista Tony Shafrazi sente l'esigenza di educare il proprio pubblico a vedere il Graffiti Writing come parte di una “continuing tradition of rebellion, play, and adventure which is art” (American Graffiti, 2009 p. 178), e nel 1983 la Galleria Sidney organizzò la mostra Post-Graffiti (American Graffiti, 2009 p. 195).

 

Bologna, città d’arte e di graffiti

Francesca Alinovi si confrontò con queste dinamiche con uno sguardo genuino e diretto, mettendo a frutto quel suo approccio critico che la slegava da quello della scena italiana e la avvicinava agli artisti stessi con cui entrò in contatto. Li conobbe e frequentò, per poi coinvolgerli in un progetto espositivo che, secondo Francesco Solmi, anticipava l’evoluzione della scena artistica newyorkese. Era un lavoro in linea “con la sua azione critica volta a contrastare la cosiddetta ‘cultura del riflusso’ in nome di una ricerca volta a recuperare aspetti nuovi della cultura di massa, se non addirittura della ‘cultura di strada’, posti in suggestiva addizione e relazione con fatti emergenti nel campo della musica e dello spettacolo” ("Prefazione", in Arte di Frontiera. New York Graffiti, 1984).

La credibilità ottenuta da Francesca Alinovi nel circuito dell’arte contemporanea italiana le permise, infatti, di portare queste nuove tendenze dell’arte americana all’interno di una sede istituzionale come la Galleria d’Arte Moderna di Bologna, e non più all’interno di uno spazio commerciale, come successe a Roma nel 1979 con la mostra The Fabulous Five: calligraffiti di Frederick Brathwaite, Lee George Quinones organizzata dalla Galleria La Medusa. Purtroppo però, Francesca Alinovi morì nel 1983 proprio mentre il progetto Arte di Frontiera. New York Graffiti stava iniziando a prendere forma. La concreta attuazione della mostra venne dunque affidata a due suoi colleghi, Claudio Marra e Roberto Daolio, che la concretizzarono allargandone sia le dimensioni che il raggio d’azione. Arte di Frontiera. New York Graffiti divenne una mostra itinerante e fu presentata a Bologna, Milano e Roma. Tra i molti artisti coinvolti, alcuni, in segno di amicizia per Francesca, donarono delle opere alla Galleria d'Arte Moderna, che ha cambiato poi il proprio nome in MAMbo.

Trent’anni dopo, la situazione è cambiata. Negli anni ’90, la Street Art si è affiancata al Graffiti Writing ed entrambe, dopo aver varcato la soglia della legalità, vengono oggi riunite sotto l’etichetta di Arte Urbana. Bologna si conferma però nuovamente una delle capitali propulsive di queste correnti, proseguendo idealmente e storicamente la linea teorica avanzata da Francesca Alinovi. Merito di Frontier – La linea dello stile, un progetto a cura di Claudio Musso e Fabiola Naldi (con la collaborazione di Dado, writer bolognese), nato per rispondere al bisogno di un approfondimento teorico-critico del Graffiti Writing e della Street Art, e sostenuto, ancora una volta, da un’istituzione lungimirante come il MAMbo.

 

 

Riferimento bibliografici utili:

- ALINOVI Francesca, "Arte di Frontiera", in Flash Art, 107, febbraio-marzo 1982, p. 22-27 (ripubblicato in Arte di Frontiera, Milano, Mazzotta, 1984)

- ALINOVI Francesca, "Lo slang del Duemila", Flash Art, 114, giugno 1983, p. 20-31 (ripubblicato in Arte di Frontiera, Milano, Mazzotta, 1984)

- ASTOR Patti, Fun Gallery. The true story, New York, 2012

- MILLER Ivor, Aerosol Kingdom: Subway Painters in New York City, Jackson: University Press of Mississippi, 2002

- MOORE Alan & MILLER Marc, The ABCs of ABC No Rio And Its Times, New York: ABC No Rio, 1985

- THOMPSON Margo, American Graffiti, New York: Parkstone International, 2009

- WITTEN Andrew & WHITE Michael, Style master general: the life of graffiti artist Dondi White, New York: ReganBooks, 2001

 

News
News
Mea culpa…

Mea culpa…

Un mosaico romano di Invader finisce in vendita su Ebay.

  • invader
  • furti
  • roma
  • robert wittman
  • ebay
News
News
Framing Street Art

Framing Street Art

Call for paper for the Nice conference...

  • framing street art
  • street art
  • nice
  • conference